March Bloch, il primo storico “pop”

Quando giovedì prossimo, 23 giugno 2026, le spoglie di Marc Bloch entreranno nel Pantheon di Parigi, primo storico di mestiere ad esservi sepolto, la Francia renderà omaggio non soltanto a uno dei maggiori storici del Novecento, ma anche a una figura che ha incarnato in modo esemplare il legame tra ricerca intellettuale e impegno civile. Famoso non solo oltralpe ma anche qui da noi e non solo all’interno della comunità degli storici e dei medievisti grazie anche all’opera di divulgazione di Alessandro Barbero, Bloch rappresenta una figura emblematica sia per la sua attività accademica che per il suo impegno civile.

Lo storico medievalista, fondatore della scuola delle Annales e resistente fucilato dalla Gestapo nel 1944, rappresenta infatti ancora oggi un punto di riferimento per chi concepisce la conoscenza storica come strumento di comprensione critica del presente, grazie ad un approccio che, per la prima volta, andava oltre alla storia dei potenti (re, generali, condottieri) e indagava ceti popolari, comunità e commerci. La sua canonizzazione all’interno del Pantheon che raccoglie i “grandi” di Francia, annunciata dal presidente Emmanuel Macron nel 2024 e prevista per il giugno 2026, è dunque un riconoscimento che tiene insieme il valore della sua opera, del suo insegnamento e del suo coraggio personale.

Nato a Lione il 6 luglio 1886 in una famiglia ebrea di tradizione repubblicana, Marc Bloch si formò all’École Normale Supérieure, una delle più prestigiose istituzioni accademiche francesi. Fin dagli anni giovanili sviluppò interessi che andavano oltre i confini della storia politica tradizionale, aprendosi alla geografia, alla sociologia, in particolare agli insegnamenti di Durkheim, e all’economia. La sua esperienza nella Prima guerra mondiale, durante la quale combatté come ufficiale dell’esercito francese ottenendo diverse decorazioni al valore, lasciò un’impronta profonda sul suo modo di osservare le società e i comportamenti collettivi, che saranno uno degli elementi che si porterà anche nel mestiere di storico.

Dopo il conflitto intraprese una brillante carriera universitaria, prima a Strasburgo e poi alla Sorbona, anche se da lui vissuta sempre con una certa amarezza prima per la designazione in sedi “periferiche” e poi per il mancato accesso al Collège de France.  Nel 1929 fondò insieme a Lucien Febvre la rivista Annales d’histoire économique et sociale, destinata a rivoluzionare la disciplina storica. Con le Annales Bloch contribuì a mettere in discussione una storiografia concentrata quasi esclusivamente sugli eventi politici e diplomatici, proponendo invece uno studio delle strutture economiche, delle mentalità collettive, delle credenze e delle pratiche sociali. La storia, secondo Bloch, non poteva limitarsi al racconto dei grandi uomini e delle grandi battaglie: doveva interrogare l’insieme della vita umana. Un’impostazione che, seppur non immediatamente, diverrà l’approccio comune di intere generazioni di storici non solo francesi: nel nostro Paese la fortuna di Bloch comincia piuttosto tardi e si può datare dall’edizione italiana per Einaudi de I re taumaturghi accompagnati da una preziosissima introduzione di Carlo Ginzburg, scomparso proprio in questi giorni, che segnerà l’accoglienza dei lavori di Bloch nella storiografia italiana.

Il metodo di Bloch emerge con particolare evidenza proprio in questa opera, I re taumaturghi (1924), in cui lo storico indagò la credenza nata nel medioevo, ma protrattasi ben oltre, secondo cui i sovrani possedessero il potere di guarire alcune malattie, in particolare la scrofola, attraverso il semplice contatto fisico. Più che verificare la veridicità del miracolo, Bloch volle comprendere perché intere società avessero creduto a quel fenomeno e come questa credenza fosse diventato uno degli “strumenti” del potere regale. L’opera accolta sostanzialmente positivamente fin dalla sua pubblicazione, diventerà presto il modello dell’indagine storica che tiene con sé elementi sostanziali della sociologia e dell’antropologia.

Un’altra caratteristica fondamentale del lavoro di Bloch fu l’attenzione alla comparazione: Bloch riteneva che i fenomeni storici dovessero essere studiati mettendo a confronto società diverse, superando i limiti delle storie nazionali. Questa apertura gli consentì di cogliere processi di lunga durata e di individuare analogie e differenze che sfuggivano agli approcci più tradizionali; la sua ricerca sul feudalesimo, per esempio, pubblicata negli anni Trenta, rimane ancora oggi un classico della storiografia europea. Una visione storiografica che era “gemella” di una posizione politica di rifiuto del nazionalismo allora in gran voga anche in Francia e di ogni mito della razza, come testimoniano le sue critiche alla produzione storiografica tedesca che leggeva con assiduità.

Alla base della sua concezione storiografica vi era un’idea semplice e rivoluzionaria: lo storico deve porre domande al passato; non esistono fatti che parlano da soli; esistono problemi, interrogativi, ipotesi che guidano l’indagine. Questa riflessione raggiunse la sua formulazione più compiuta nell’incompiuta Apologia della storia o mestiere di storico, scritta durante gli anni della guerra e pubblicata postuma. In quelle pagine Bloch definì la storia come la scienza degli uomini nel tempo, una disciplina capace di mettere in relazione passato e presente senza confonderli; una disciplina che, come scrive in quel volume, identifica lo storico come l’orco della fiaba: dove fiuta carne umana, sa che là è la sua preda.

La prova più drammatica della sua vita arrivò con la Seconda guerra mondiale, quando, nonostante avesse superato i cinquant’anni, Bloch chiese di essere richiamato in servizio nel 1939 al momento della dichiarazione di guerra alla Germania Nazista. Assistette dalla trincea prima alla “strana guerra” e poi al repentino crollo della Francia davanti all’offensiva tedesca del maggio 1940 e ne trasse una riflessione lucidissima nel volume La strana disfatta, scritto nel 1940 ma pubblicato soltanto dopo la guerra. Il libro non è soltanto una testimonianza storica: è un severo atto d’accusa contro le classi dirigenti francesi, incapaci di comprendere la realtà e di adattarsi ai cambiamenti del proprio tempo, trasformando la sconfitta militare in sconfitta di un’intera società e dei suoi valori.

Le leggi antisemite del regime di Vichy lo colpirono direttamente, escludendolo progressivamente dalla vita accademica e mettendolo, lui come ogni ebreo di Francia, in una situazione di angosciosa incertezza e pericolo. Bloch però non era uomo da subire senza reagire, e fedele ai propri valori prima che alla propria origine divenne membro attivo della Resistenza francese, partecipando alle attività clandestine nella regione di Lione. Pur essendo uno studioso già celebre a livello internazionale, scelse di assumersi i rischi della lotta contro l’occupazione nazista e di “sottostare” agli ordini di un suo ex studente diventato capo della formazione in cui Bloch militava. Arrestato dalla Gestapo nel marzo 1944, fu torturato e infine fucilato insieme ad altri resistenti il 16 giugno dello stesso anno. Aveva cinquantasette anni e non aveva fornito ai carnefici della Gestapo i nomi dei suoi compagni di lotta.

La sua morte contribuì a trasformarlo in una figura simbolica della Francia resistente, ma la sua fortuna certamente non dipende soltanto dal sacrificio personale. Nel corso dei decenni la sua opera ha continuato a influenzare generazioni di storici in tutto il mondo, molti dei temi oggi centrali nelle scienze sociali — l’attenzione alle credenze collettive, alle rappresentazioni, alle strutture economiche e ai rapporti tra discipline diverse — trovano in Bloch uno dei loro principali anticipatori, per questo la sua eredità appare ancora straordinariamente attuale. Una figura che ha saputo superare i confini della sua disciplina, raggiungere il vasto pubblico e diventare una specie di icona pop dello storico. Come hanno osservato numerosi studiosi in occasione della sua prossima entrata nel Pantheon, il lascito di Marc Bloch riguarda non solo la memoria di un uomo, ma anche un modo di concepire il sapere storico come esercizio di libertà critica e responsabilità civica.

L’ingresso nel Pantheon avverrà ottantadue anni dopo la sua esecuzione da parte dei nazisti, sarà il riconoscimento ufficiale di una duplice grandezza: quella dello studioso che ha trasformato il mestiere dello storico e quella del cittadino che, nel momento più difficile della storia europea, scelse di difendere con la propria vita i valori della libertà e della Repubblica.

Articolo apparso su Cultura Commestibile, n. 624 del 20 giugno 2026

La banalità del maligno

La poderosa biografia che Peter Longerich – ben 890 pagine – ha dedicato a Joseph Goebbels è un tutto fuorché un mattone noioso. La minuziosa ricostruzione della vita del ministro della propaganda del Reich è, innanzitutto, un viaggio per comprendere come, un piccolo borghese con evidenti insicurezze al limite del patologico, è potuto diventare, insieme an accozzaglia non meno disturbata, uno dei padroni della Germania. Un viaggio nella mente di Goebbels che però non è un trattato di psichiatria ma un libro di storia con un imponente apparato critico ed una adeguata bibliografia. Certo è che la gioventù di Goebbles, complice anche la pressoché totale assenza di fonti, è indagata dall’autore molto più sui probabili processi psicologici che lo muovono che sulla semplice ricostruzione dei fatti. Per l’autore i complessi di inferiorità, fisica ma soprattutto sociale, sono la molla che spingono il neo laureato, scrittore fallito, a intraprendere la via della politica. Una strada che lo porta a trovare la sua guida, il suo idolo, in Adolf Hitler. Goebbels, questa la tesi, è sempre stato alla ricerca di un redentore – della sua posizione sociale, delle sue aspirazioni intellettuali che finisce per identificare in quelle dell’intera nazione tedesca – provando a immaginarsi egli stesso in tale posizione, per poi abbandonarsi alla figura di Hitler che riuscirà a mitizzare con la sua propaganda proprio perché lui per primo, lo considererà indispensabile.

Un processo di ricerca dell’approvazione del Fuhrer che segnerà e determinerà la vita privata del ministro della propaganda che, dopo una gioventù sentimentalmente tormentata, finirà per sposare Magda e con la quale instaurerà un ménage di cui Hitler sarà parte integrante e nel quale il dittatore finirà per prendere le decisioni significative (matrimonio, possibile divorzio) e che sosterrà anche economicamente.

Una simbiosi così profonda e perversa che porterà al tragico epilogo finale in cui i Goebbles, compresi i sei bambini, si toglieranno la vita dopo che Hitler avrà posto fine alla propria esistenza.

Ma la biografia, soprattutto dalla nascita del Goebbles politico sino alla tragica fine è una preziosa ricostruzione storica in cui si racconta dall’interno l’ascesa del nazismo, le lotte di potere, la frantumazione e il conflitto tra i gerarchi per finire con la condotta di guerra. Utilizzando i voluminosi diari del Ministro della propaganda, altro segno del suo egotismo, Longerich riesce a ricostruire e demolire l’immagine di potenza di Goebbles mostrandoci come almeno prima della fase finale del regime, Hitler giocasse con lui come il gatto col topo, lo escludesse dalle decisioni importanti convincendolo però del suo, successivo, ruolo fondamentale. O di come Goebbles provasse a sistematizzare posizioni autonome – la visione sociale del nazismo, il no all’alleanza con i conservatori per andare al governo, la sopravvivenza delle SA o la guerra totale – che venivano demolite dal Fuhrer facendo diventare il Ministro il più fervente sostenitore delle tesi a lui, fino a quel momento, opposte.

C’è poi Goebbles convinto antisemita nella suo progressivo passaggio da un antisemitismo borghese ad una ferocia non solo comunicativa indescrivibile; tuttavia cosciente che quegli atti, quelli della soluzione finale, significavano anche l’impossibilità per i nazisti e la Germania di tornare indietro, di salvarsi in qualche modo. Oppure il Goebbles che prova a imporre la propria idea di cultura nazionalsocialista finendo poi per ammettere, seppur nel solo privato dei diari, il fallimento nel creare una letteratura, un teatro, una musica e soprattutto, un cinema rispondente al regime.

Ne esce il ritratto di un uomo debole, tutt’altro che infallibile e onnipotente, incapace di una propria autonomia di pensiero, concentrato anche mentre tutto intorno rovina a ottenere l’approvazione del mondo e del suo capo. Una visione molto diversa da quella che il ministro era riuscito a conservare, nonostante il disastro finale, e che ci restituisce un altro pezzetto, non certo il più piccolo, della banalità del male e dei maligni.

Peter Longerich, Goebbles. Una biografia, Einaudi, 2016. Traduzione di Valentina Tortelli.

Articolo apparso su CulturaCommestibile n. 519 del 3 febbraio 2024

“Quando il mondo intero tremava al rumore dei nostri razzi”

Dal trailer dela serie For All Mankind – AppleTv+

Pochi anni fa è uscita una serie Tv – in onda su Apple TV – che si apre con le immagini della discesa, nel luglio del 1969, da parte del primo essere umano sulla Luna. Un sovietico.

La serie, For All Mankind, racconta una storia distopica della corsa nello spazio, tra USA e URSS, in cui il vantaggio iniziale dei Sovietici, conquistato con lo Sputnik, Laika e Gagarin non fosse stato recuperato dagli americani ma anzi fosse incrementato ancor di più dallo sbarco sovietico sul satellite terrestre.

Finzione a parte, pochi oggi ricordano o conoscono, quanto sullo spazio si sia giocata una parte, non certo trascurabile, del confronto tra superpotenze nella cosiddetta guerra fredda. Un confronto che ebbe luogo anche da noi, il paese con il più potente partito comunista dell’occidente, che dunque visse quella stagione riproponendo, sui giornali e nella politica quel confronto.

Un confronto che, nella fase iniziale, continuava ad alimentare il mito dell’URSS anche da noi, come esperimento vittorioso di costruzione di un mondo nuovo, capace di vincere il nazismo prima e conquistare lo spazio poi.

Il progresso tecnologico sovietico, era dunque visto come conferma della supremazia del socialismo e della sua inevitabile vittoria dalle colonne de l’Unità o di Rinascita, mentre veniva visto come pericoloso e minaccioso dalla stampa democristiana o comunque legata all’alleanza con gli USA.

I missili che solcavano i cieli erano dunque un segno di progresso per una parte, non trascurabile, del Paese e un pericoloso presagio di Apocalisse (se pensati come vettori di testate nucleari) per l’altra Parte.

E’ questo il contesto in cui Stefano e Marco Pivano, collocano il loro I comunisti sulla Luna, un libro che affronta, in due parti, la corsa per lo spazio, vista dal nostro Paese. Se la prima parte è un racconto dell’influenza delle conquiste spaziali sovietiche in Italia, con alcuni divertentissimi cascami sul mito tecnologico sovietico che porta, soprattutto militanti, a credere che un Paese che invia il primo uomo sullo spazio sia in grado di produrre anche auto e trattori altrettanto avanzati (spoiler, non sarà così); la seconda parte del libro è un racconto di storia della scienza che sta dietro gli iniziali successi e l’incapacità successiva di reggere il confronto con il modello scientifico statunitense. In grado di primeggiare non solo per capacità di spesa, ma per meriti legati alla collaborazione e la fiducia che erano più difficili da ottenere in URSS anche rispetto al propellente dei razzi.

Un libro piacevole, a tratti divertente, certamente divulgativo e capace di incuriosire rispetto a un piccolo pezzo della storia del nostro paese e del confronto, politico e sociale, in corso tra i due campi e che ha segnato le storie di molti.

Stefano Pivato, Marco Pivato, I comunisti sulla Luna. L’ultimo mito della Rivoluzione russa, il Mulino, 2017.

Apparso su CulturaCommestibile, n. 430 del 15 gennaio 2022

Il lungo rapporto tra Socialisti e Stato liberale

La Fondazione dei socialisti francesi, la Fondation Jean Jaurès, ha pubblicato nello scorso agosto un piccolo libriccino a cura di Mathieu Fulla e Marc Lazar, che estrae e riassume un’opera imponente da loro curata, sul rapporto dei socialisti e socialdemocratici europei con le istituzioni statali dei rispettivi paesi.

Il rapporto tra socialisti europei e lo Stato è mutato profondamente nel corso del tempo. Da nemico da abbattere in quanto struttura del potere borghese e del capitale, sia attraverso moti rivoluzionari che all’interno dei poteri locali o delle forme di lavoro cooperativo.

Via via però che il movimento socialista si radicava, passando dai comuni ai Parlamenti, il rapporto con lo Stato si modifica, il nemico si identifica con le strutture repressive del potere (polizia e esercito), mentre si inizia a teorizzare che la struttura capitalistica si può modificare attraverso lo Stato stesso o che le condizioni per il processo rivoluzionario possono essere favorite da politiche di riforma attuate all’interno delle istituzioni liberali.

Non che le forme insurrezionaliste o localiste vengano meno ma o finiscono in minoranza o danno vita a scissioni.

Con lo scoppio della prima guerra mondiale queste tensioni esplodono e i residui dell’internazionalismo vanno in frantumi, nel dopoguerra le tensioni rivoluzionarie con la “competizione” coi comunisti prima e la lotta al fascismo poi radicheranno e ancoreranno ancor di più i socialisti (per la prima volta al governo in molti paesi) allo Stato; ma sarà col secondo dopoguerra che la coincidenza dei socialisti con lo Stato, da “occupare” per riformare avrà la sua epoca d’oro. Sarà anche in quegli anni che la base elettorale dei vari partiti socialisti e socialdemocratici europei si modificherà: perdendo molti consensi nella classe operaria (che si rivolgerà molto spesso ai partiti comunisti) e guadagnandone moltissimi tra i dipendenti pubblici fino a diventare, in molti casi, il partito di riferimento delle varie funzioni pubbliche.

Questo rapporto va  in crisi, ci raccontano i due autori, verso la fine degli anni settanta dove il paradigma neoliberale, rappresentato dai governi Tatcher e Reagan, ha finito per influenzare profondamente i socialisti europei fino a far diventare questi gli esecutori, negli anni ’90, della teoria dello stato “debole”, mero regolatore dei mercati e fornitore sussidiario di servizi non proficui.

Sono gli anni di Blair, Shröder, D’Alema e Jospin, gli anni in cui il sistema di welfare state su cui si è fondato il compromesso democratico europeo, si è costruita la ricchezza del continente e si sono sviluppate le nostre società, viene frantumato nella speranza di un mercato finalmente libero e globale.

Una stagione che, però, per i partiti socialisti ha coinciso anche con l’inizio della fine poiché, questa la tesi del libro, i socialisti hanno di fatto segato il ramo su cui erano seduti, andando a colpire proprio quell’elettorato fatto di pubblici dipendenti che, colpito e deluso, si è rifugiato molto spesso nella destra (anche in conseguenza della scomparsa di un’offerta politica di sinistra comunista credibile dopo la fine della guerra fredda). Tutto questo senza che ci fosse un ricambio elettorale da parte dei “ceti medi riflessivi” per dirla con le parole di Richard Florida, sociologo allora molto in voga.

Però, questa la tenue speranza instillata dal libro, dopo la crisi del 2008, crisi che di fatto non è ancora finita e si lega a quella attuale legata anche alla pandemia, il paradigma neoliberale è andato (o diciamo più scetticamente può andare) in crisi e quindi si potrebbe aprire uno spazio nuovo, per il pubblico in quanto tale e dunque per i socialisti.

Una speranza che il libro, non sviluppa come è inevitabile che sia per un’opera storica, ma che appare davvero difficile immaginare con gli attuali gruppi dirigenti, ci sia concesso di dire, che guidano ciò che rimane del socialismo europeo. Non tanto per le qualità dei singoli, che certamente molti di loro possiedono, ma per l’assenza di un quadro di riferimenti, di pensieri lunghi, non necessariamente nati all’interno del campo socialista (in fondo Keynes, sulle cui idee molti socialismi democratici hanno prosperato, era un liberale). Tuttavia, se le istanze e i bisogni di giustizia sociale e di progresso degli ultimi sono oggi più necessari che mai, occorre a chi ancora socialista si dice e si crede, interrogarsi su come alimentare tale fiaccola. Partire, come nel caso di questo libro, da ciò che si è stati può essere un buon inizio.

Articolo apparso su Culturacommestibile n. 426 del 4 dicembre 2021

Ci siamo già passati

Gustav Klimt Medicina https://it.wikipedia.org/wiki/Quadri_delle_facolt%C3%A0
Gustav Klimt, Medicina, ricostruzione del dipinto andato perduto nel 1945

Siamo sommersi dalle informazioni. Numeri, tabelle, grafici. Andamento dei casi, diffusione dell’epidemia, numero dei morti. Sui social ci scopriamo tutti virologi, come reazione alla nostra paura di non sapere.

Io in questi casi mi rifugio in quelli che sono stati i miei studi e quello di cui dovrei, ma non è necessariamente detto, capire qualcosa di più. Così mi sono letto il volume di Laura Spinney, 1918 L’influenza spagnola, la pandemia che cambiò il mondo, Marsilio editore.

Dalla storia non si apprende niente, mi dicevano i miei maestri, se pensiamo che questa si ripeta sempre uguale. Aggiungo io, nonostante l’affetto per il vecchio Karl, anche se pensiamo che si ripeta due volte sotto forma di tragedia e di farsa.

La storia può darci però un’indicazione sulle persistenze e sulle rotture. Su cosa rimane immutato (o cambia con lentezza estrema) e cosa muta, magari drasticamente, di fronte all’incalzare del tempo.

Vale anche per le epidemie e cercare nell’influenza che falcidiò il mondo tra il 1918 e il 1920 un modello ripetibile oggi sarebbe l’equivalente di affidarsi al volo delle rondini per predire il futuro.

Il mondo di oggi è completamente diverso, la tecnologia, la medicina, il fatto che non ci sia in Europa una guerra mondiale devastante in atto sono modificazioni gigantesche che rendono impossibile una comparazione.

Tuttavia, le linee di persistenza rimangono e forse aiutano a capire o magari consolano. Sapere che l’umanità è passata da qualcosa di simile potrebbe aiutarci. Sapere che siamo sopravvissuti a pandemie devastanti da Uruk a Perinto, da Ippocrate all’OMS, ci dona una speranza e un conforto di fronte alle nude cifre dei bollettini serali.

Ci dà anche un’idea se le misure in atto hanno una qualche efficacia e beh, spoilerando un po’, posso dire che sì, storicamente hanno avuto un senso. Mentre la tesi di Boris Johnson sull’immunità di gregge contrasta con il fatto che l’epidemia spagnola ebbe tre fasi acute e drammatiche e che le successive due colpirono gli stessi luoghi della prima. Questo in condizioni di contenimento dell’epidemia ben peggiori delle nostre e quindi con un contagio stimato tra il 70 e l’80 per cento della popolazione, ben sopra quelle che gli scienziati ci dicono essere le percentuali dell’immunità di gregge. Immunità che, probabilmente, si raggiunge davvero con un vaccino.

Nel 1918 la scienza e la medicina si presero, almeno nel mondo occidentale, la scena e contribuirono a far passare nelle persone l’idea della vaccinazione, dell’igiene, della profilassi; queste misure anche se non strettamente connesse alla battaglia contro l’influenza, contribuirono decisamente al miglioramento delle condizioni di vita delle persone. A New York questo si tradusse in un miglioramento della vita dei nostri emigrati che uscirono da una condizione di ghetti insalubri e pochi anni dopo arrivarono persino ad eleggere uno di loro sindaco, Fiorello La Guardia.

Ma lo studio dei comportamenti durante l’epidemia della spagnola ci aiuta anche a capire che ci sono alcune istintività contrastanti in noi da una parte scrive la Spinney “i numeri [illustravano] quello che le persone avevano compreso con l’istinto; un accadimento comincerà a esaurirsi quando la densità di individui suscettibili sarà scesa sotto una certa soglia”. Cioè stiamo a casa, isoliamoci, e il contagio terminerà prima. Dall’altra parte però “anche se i medici ripetono di tenerci lontani dagli individui infetti durante un’epidemia noi tendiamo a fare il contrario. Perché? Una risposta, valida soprattutto nei tempi antichi, potrebbe essere la paura di una punizione divina. […] Un’altra risposta potrebbe essere la paura dell’ostracismo sociale una volta passato il pericolo. O forse è semplicemente inerzia. [..] Gli psicologi suggeriscono una spiegazione ancora più interessante. Sono convinti che la resilienza collettiva nasca dalla percezione di sé stessi nelle situazioni di pericolo: non si identificano più come individui, ma come membri di un gruppo”.

Il che non giustifica quelli che vanno a fare passeggiate nei parchi cittadini invece che stare a casa ma forse ci aiuta a comprenderne le ragioni e convincerli che, secondo me, rimane sempre – anche durante una pandemia – preferibile al mandare l’esercito per le strade.

Naturalmente anche durante l’epidemia della spagnola non mancarono le polemiche sulle misure adottate e sul loro rispetto. Chiusure di esercizi commerciali, bar, teatri e cinema erano considerate a ragione essenziali dalla scienza ma malviste dalle autorità politiche che tardarono o evitarono del tutto di adottarle. Laddove, come a New York, furono adottate l’epidemia fece molti meno danni cha altrove. Sul mancato rispetto si distinse, soprattutto in Spagna, invece la Chiesa Cattolica che non rinunciò a riti e enormi processioni di massa per scacciare il contagio, che ebbero invece l’effetto di propagare il morbo. In questo la decisione di Francesco I di chiudere da subito le Chiese ha l’indubbio merito di aiutare la prevenzione del virus ma rappresenta, a mio avviso, uno degli elementi di rottura più epocali di questa pandemia.

Infine più controversa fu allora la decisione di lasciare aperte le scuole, ritenute più sicure e più salubri delle abitazioni per i fanciulli dell’epoca e naturalmente non mancarono anche allora forti polemiche e tensioni sull’uso delle mascherine. Fu tuttavia in quell’occasione che nacque la consuetudine per i Giapponesi di indossarla anche per il comune raffreddore. Chissà se lo faremo anche noi d’ora in poi.

Insomma ci siamo già passati, il che non elimina la paura, non cancella il lutto e non lenisce il dolore ma magari aiuta a passare più speranzosi il tempo.

Articolo apparso su Cultura Commestibile n.346 del 21 marzo 2020

Ask not

Ask not è il titolo di un gran bel saggio su John F. Kennedy e sul suo discorso d’inaugurazione il 20 gennaio 1961. E’ un saggio che ha il ritmo di un romanzo, scritto con quella prosa e quella capacità di creare immagini ed emozioni che hanno gli storici anglosassoni.

A partire da un discorso, quello che diventerà mitico proprio per quel “non chiedete cosa il vostro paese possa fare per voi…” Clarke ricostruisce la figura di Kennedy, i sogni e le speranze che la sua elezione portò.

Kennedy fu capace di interpretare la voglia di un Paese e soprattutto di una generazione, di assumere delle responsabilità e di rischiare. Mostrò agli americani, per dirla con Paolo Conte, che erano in “un mondo adulto, [in cui] si sbagliava da professionisti”.

Le pagine che descrivono la nevicata la notte prima del discorso sono stupende. Danno il senso della sospensione, dell’attesa. Come se quella neve fosse il confine tra il prima e il dopo, uno spazio quasi cinematografico in cui fermarsi a sperare che il giorno dopo iniziasse un nuovo mondo e non solo una nuova presidenza.

“Quel giorno, […], molte persone, come ipnotizzate, guardarono dalla finestra la neve che si accumulava, mentre le conversazioni via via languivano e i cortili e i marciapiedi diventavano bianchi; le feste diventavano più allegre; mentre la neve smorzava i suoni della città e le stanze ben illuminate sembravano più piccole e più accoglienti mentre scendeva la sera e la neve si faceva più fitta”.

Doveva essere una bellissima sensazione. Mi piacerebbe davvero poterla provare. Mi piacerebbe che, nel piccolo potesse provarla la nostra città. Magari l’anno prossimo, quando una cerimonia d’insediamento (decisamente più modesta) accompagnerà un nuovo sindaco.

E’ rara la neve a giugno. Rara, ma non impossibile.