
Fin da quando esistono le elezioni democratiche il tema di come i media e la tecnologia influenzano il comportamento elettorale dei cittadini è stato centrale. Riviste e giornali sono stati lo strumento principe fino alla seconda metà del XX secolo e anche oltre, quando nessun partito o movimento politico poteva non avere un proprio quotidiano o una propria rivista.
Lo studio della propaganda negli anni ’20 e ’30 ha dominato la comunicazione politica anche ben oltre la fine del secondo conflitto mondiale, mentre la radio prima e la televisione dopo sono diventati strumenti centrali per veicolare notizie, opinioni, dibattiti e spot.
Con l’arrivo di internet e dei social tutto questo ha subito una velocizzazione impressionante e un incremento quantitativo di fonti, notizie e opinioni ingestibile. La rete ha consentito di superare i confini, incrementare il numero di testate a cui chiedere notizie e, soprattutto, ha trasformato pressoché ognuno di noi in un produttore o più spesso riproduttore di notizie. Senza parlare delle fake news e il loro moltiplicarsi e diffondersi grazie a una capacità mimetica che i grandi numeri consentono.
Naturalmente in ognuna di queste ere ciascuno ha sempre cercato la fonte a lui più vicina e rassicurante e la permeabilità al cambiamento di opinione non è mai stata molto diversa da quella attuale. Oggi, “semplicemente”, ci sentiamo più rinfrancati nelle nostre opinioni perché le nostre bolle social sono molto più ampie e dislocate praticamente ovunque, dandoci la sensazione che alla quantità di contatti corrisponda anche una differenziazione degli stessi, quando invece gli algoritmi lavorano (molto più efficientemente di noi) all’omologazione.
Mentre ancora non avevamo capito come gestire questa mole di contatti e fonti ci si è messa in mezzo anche l’Intelligenza artificiale che rischia però di essere qualcosa di decisamente diverso.
È facile immaginare che già oggi negli Stati Uniti, nelle prossime settimane in Spagna e poi il prossimo anno in Francia e da noi, milioni di persone si rivolgeranno al proprio agente IA per chiedergli: “chi devo votare?”.
Se pensate che quelli che faranno questo esercizio, non per sfizio ma proprio alla ricerca di una vera risposta, siano una minoranza, credo sia bene ricordare le ricerche che indicano i numeri di chi chiede, oggi, all’IA consigli medici o semplicemente una conversazione per sentirsi meno solo. Analogamente i numeri delle app di IA che simulano conversazioni romantiche o erotiche testimoniano di un affidamento ai chat bot pressoché totale.
Ci troveremo quindi di fronte a un tema sociale e non pochi governi e centri di ricerca, almeno nel resto del mondo, si stanno ponendo il problema dell’IA e della sua influenza elettorale, piuttosto che registrare la propria voce all’ufficio brevetti.
A differenza degli scenari catastrofici accanto ai molti rischi, qualche speranza appare esserci, tuttavia la mole di informazioni anche personali, come descritto sopra, che conferiamo all’IA rende necessario sorvegliare e studiare bene il tema.
Innanzitutto, le prime ricerche mostrano che l’IA non ha alcuna voglia di farci cambiare idea. Nata e addestrata per compiacere l’utilizzatore, le ricerche dimostrano che se l’IA attraverso le informazioni da noi fornite si fa un quadro abbastanza preciso delle nostre opinioni politiche tenderà a riproporcele e confermarcele. Insomma, l’IA in questo non si discosterà dalla nostra bolla social che ci mette un like a ogni nostro repost del nostro schieramento preferito.
Se invece siamo soggetti poco politicizzati o disinteressati all’argomento, in questo caso potrebbero iniziare i problemi. L’IA, infatti, a quel punto andrà a dedurre dalle nostre domande e conversazioni su ogni altro argomento una linea di tendenza “politica” e proverà a proporcela. Nel farlo entreranno in gioco in modo significativi i condizionamenti a cui sono sottoposte le risposte dell’IA. Facciamo un esempio: la stessa richiesta fornita allo stesso chatbot dallo stesso utente in lingue diverse può portare a risposte diverse non solo perché il chatbot andrà a cercare da fonti diverse, ma perché si porterà dietro i bias culturali con i quali ha appreso quella determinata lingua.
Non bastasse questo se l’utente non fosse stato convinto e proseguisse la conversazione sul tema i ricercatori di Nature hanno osservato un comportamento bizzarro dell’agente: esso andrà a cercare sempre più fonti per i suoi argomenti selezionandole sempre meno, arrivando a portare argomenti presi da fonti che alla prima ricerca aveva catalogato come inaffidabili. Questo perché gli agenti sono addestrati a compiacere e ricevono dalla soddisfazione dell’utente un “premio” come ci spiegava Alessandro Sottocornola su queste colonne qualche settimana fa.
Un aspetto singolare, che sempre i ricercatori di Nature hanno osservato, è quello che per rispondere alle domande relative a questioni “di destra” l’IA utilizzava molte più fonti “fake” rispetto alle domande su questioni “di sinistra”. Naturalmente non ci sono ancora dati per una qualche correlazione ma è probabile che, almeno per ora, ci siamo molto più materiale inaffidabile nell’universo delle destre mondiale che in quello delle sinistre, anche se temiamo che la tendenza sia una crescita anche a sinistra.
Questa caratteristica di progressivo deperimento delle fonti è già oggi adoperata da chi utilizza la rete per la costruzione di disinformazione e fake news. Il moltiplicarsi di siti e profili (noi in Italia possiamo vantare anche un quotidiano ma questa è un’altra storia) che propagano la stessa informazione falsa non sono più pensati oramai tanto per convincere noi utenti in carne e ossa ma per nutrire gli agenti IA. I casi della guerra in Ucraina e a Gaza sono eloquenti e documentati.
Non meno di una settimana fa il premier britannico Burnham ha annunciato un apposito ente destinato a questo tema, mentre il governo francese ha già dotato alcune proprie agenzie di un mandato per bloccare e scongiurare, per quanto possibile, questi fenomeni. Da noi, almeno a livello pubblico, nulla sembra muoversi in questa direzione ma quando si parla di influenze esterne al voto si ha in mente questo più che il profilo di qualche accademico eccentrico in cerca di notorietà.
Un’altra tendenza scoperta dai ricercatori della fondazione Jaures parlando di politica con i chatbot è quella che questi diventavano piuttosto assertivi man mano che la discussione si faceva lunga e impegnativa. In questo però ci sentiamo di essere solidali con l’IA dopo anni di infinite discussioni politiche.
Dunque, quali sarebbero gli aspetti positivi? Il primo è che se non portata all’esasperazione l’IA selezionerà fonti più qualificate di quelle che potremmo trovare da soli erraticamente, almeno per la prima risposta. L’altro aspetto è che potendo contare su un numero di dettagli personali da noi forniti, potrebbe darci un’indicazione politica di noi stessi meno condizionata dal nostro contesto sociale e dalla nostra bolla social e dal nostro desiderio di integrazione in un gruppo di nostri consimili. In uno slogan: nel segreto dell’urna l’IA ti vede, i tuoi contatti social no.
Articolo apparso su Cultura Commestibile, n. 634 del 10 ottobre 2026













